A tribute to Steve Jobs 

Non c’è figura più strana e discutibile di quel Steve Jobs, che, insieme all’ingegnere Steve Wozniak, ha creato un mito informatico- tecnologico-epocale, nato da tanti successi costellati da errori gravi, che forse hanno contribuito alla recente bolla speculativa dai cui esiti negativi ancora non riusciamo a tirarci fuori. Non tutti colgono questo nesso, credo, ma forse il fatto che figure anomale come Steve Jobs, la cui morte ha rafforzato il carisma del personaggio (tanto che c’è chi dice che in realtà sia vivo come Elvis Priesley), vengano prese a riferimento per gli imprenditori in genere, conferma che non c’è la capacità di capire come si può uscire fuori dalla crisi. Per non riconoscere questa incapacità ci si attacca ai miti come Steve Jobs.

Steve Jobs bit bite icon

Two bites, two apples

Basta pensare che Apple III, il Lisa e il Nex furono degli insuccessi commerciali firmati Steve Jobs perché costosi e con errori costruttivi, tant’è vero che la società andava avanti non solo grazie al successo di Apple II di Steve Wozniak, ma anche grazie al fatto che le quotazioni in borsa dell’ I-Tech fornivano costanti flussi finanziari che consentivano il continuo rilancio dell’ azienda, senza i quali la fine di Apple già da tempo si sarebbe consumata.

Furono queste finanze facili che permisero a Steve Jobs di rimanere sempre sulla cresta dell’onda, migliaia di persone compravano azioni in una borsa che cresceva spaventosamente, la bolla speculativa permetteva ricchi guadagni a tutti, le industrie facevano più profitti a Wall Street che con i loro prodotti. Finalmente venne il Macintosh 128 che ridette credibilità all’azienda ma si dovette aspettare il 2000 per notare un forte impulso della Apple, con innovazioni ed invenzioni prese qua e là dal mondo scientifico e produttivo ( lo Xerox Centre fu una delle miniere di idee da dove ad es. venne il touch screen, l’interfaccia grafica con le finestre e le icone ecc.)

La filosofia del Blu Box, la macchinetta per fare telefonate gratis illegalmente, inventata da Wozniak e Draper negli anni’70, commercializzata da Steve Jobs, rimase la caratteristica dello sviluppo della azienda di Cupertino, il cui noto marchio della mela, nella sua semplicità quasi infantile, veicola importanti messaggi simbolici: il peccato originale, facilmente percepibile nell’etica protestante, inteso come irresistibile desiderio di conoscere, forse con una sfumatura di orgoglio “satanico” di sapere rubare le idee, ma certo c’è un riferimento all’ epiteto tradizionale di New York come “The Big Apple” che evoca miti di riuscita, successo e modernità molto americani che non hanno irritato mai gli anti americani, anzi, infervorati dall’astuta propaganda Apple, ne hanno un apprezzamento che sa quasi di patriottismo.

Lo spessore culturale indiscusso di Steve Jobs deriva, in verità, dall’aver appreso nell’81 all’ International Design Conference di Aspen i dettami del design italiano, del razionalismo, dell’usabilità, dell’ ergonometria. (Tema, quest’ultimo, della recente biennale dell’architettura di cui dirò dopo, che- si direbbe per non turbare la dispersione di tanto patrimonio nazionale- si è svolta all’insegna del silenzio).

Da quella conferenza Steve Jobs trasse le capacità che gli dettero fama e successo, ma in un contesto di stranezze, che lo rendono un personaggio non lineare, da dibattere, casomai, per il contrario per cui è diventato famoso proprio perché è un prodotto di cause esterne alla sua figura. Se non si capisce la coincidenza che in quel periodo si ebbe dagli anni 80 alla fine del secolo, di due febbri, quella HiTech e quella borsistica, non si capisce Steve Jobs. Di lui si scrivono osannati libri ed articoli che deformano la realtà di quel tempo e le aspettative che possiamo avere adesso con miti del genere che hanno avuto una pratica rischiosa da giocatore d’azzardo quando adesso ci serve essere esatti e precisi perché non c’è più margine d’errore.

Prenderlo a modello, come è stato giorni or sono al MAXXI, quel Giovedì 4 ottobre alle ore 19.00 con tutti quei noti personaggi quali Filippo Patroni Griffi, Nicola Zingaretti, Furio Colombo il presidente della Olivetti Francesco Forlenza. Marco Cattaneo, Aldo Cazzullo, Umberto Croppi, Carlo Massarini, Carlo Strinati, Massimo Teodori, designer, architetti, professori e numerosi giornalisti, è la conferma che di economia e di produzione industriale non ne capiamo niente.

Ovvio che la Apple fa grancassa per il suo Ceo ma non capisco perché gli si deve fare eco patriottica.

Soprattutto è schizofrenico da parte di tali conferenzieri parlare un giorno di una crisi, quella attuale, dalla quale non sanno cavare una proposta e dall’altro trovare ispirazione da una fase storica in cui le cose andavano nella maniera opposta di come vanno adesso.

Da parte mia noto che abbiamo bisogno del contrario di quello che pensano i seguaci del mito Steve Jobs: proprio in una situazione tragica come questa, dove sono all’ordine del giorno suicidi e tentati suicidi per la disperata situazione economica, abbiamo un tappo culturale e “produttivo” che ci manipola tutti, rendendoci incapaci di capire, marziani in una terra dove invece dovremmo capire le cose molto meglio di prima per cercare nuova linfa vitale in nuovi protagonisti.

Tornado ai fenomeni di casa nostra, data la stretta relazione, cito a questo punto un’appannata Biennale d’architettura dedicata al design italiano, passata ovviamente in sordina per la fiacchezza dei contenuti espressi. Avevamo l’omologo di Steve Jobs in Adriano Olivetti, che nell’innovazione fu veramente lungimirante, anticipando coloro che prendiamo come anticipatori, gli USA. Dopo il successo del calcolatore CEP di Pisa negli anni ’50, chiamò un giovane ricercatore italo cinese dell’università americana Mario Tchou (fuga di cervelli verso l’Italia !!?) per realizzare negli anni ’60 insieme ad altri giovanissimi ricercatori italiani l’ Elea 9003, il primo computer commerciale a transistor, ricco di innovazioni come la costruzione logico sistemistica, il multitasking ecc. Tecnologia da primato assoluto resa ancora più invidiabile per il design sofisticato di Ettore Sottsass . Furono anni di successi travolgenti come il primo calcolatore programmabile dal design accattivante di Mario Bellini, Programma 101, ritenuto il primo personal computer, copiato due anni dopo averlo esposto al BEMA di New York dalla Hewlett Packard che dovrà versare alla Olivetti 900 mila dollari di royalties. Ma erano anni difficili, era già avvenuta la scomparsa di Mario Tchou e Adriano Olivetti, disgrazia che ebbe la punta dell’iceberg in De Benedetti, altro mito da sfatare, andato a produrre in Vietnam e finanziatore di giornali contro la delocalizzazione….

Giovanni Lauricella

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