a cura di di Giuseppe Garrera, József Készman, Viktória Popovics e Sebastiano Triulzi. 4 ottobre 2019 – 6 gennaio 2020 Palazzo delle Esposizioni Roma

Artisti molto creativi e desiderosi di libertà, per contingenze storiche avverse, sovente si trovano a operare in un paese opposto alle loro pretese, in uno scenario deprimente come quello che viene riproposto nella mostra “Tecniche d’evasione, Strategie sovversive e derisione del potere nell’avanguardia ungherese degli anni ’60-’70”, al Palazzo delle Esposizioni dal 4 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020.

Sono visibili oltre 90 opere dal Museo Ludwig arte contemporanea di Budapest: prevalentemente foto, ma anche collage, sculture, mail art, poesia visiva, libri di artista e video di interventi urbani, operazioni concettuali, performance, con la cura di Giuseppe Garrera, József Készman, Viktória Popovics e Sebastiano Triulzi. Mostra promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, Azienda Speciale Palaexpo, National Cultural Fund of Hungary, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, Ludwig Museum–Museum of Contemporaryart of Budapest, Accademia d’Ungheria in Roma. Come dicevo, prevalentemente foto, alcune delle quali propriamente artistiche e altre di carattere documentale, perché testimonianze di momenti ed eventi che non dovevano esistere, in quanto vietati dalla polizia, che però oggi, grazie al museo Ludwing ed a generosi collezionisti, abbiamo la fortuna di vedere a dispetto di quello che si dice dell’orientamento politico dell’attuale governo.

Endre Tót, Judit Kele, Sándor Pinczehelyi, Bálint Szombathy, András Baranyay, Tibor Csiky, Katalin Ladik, László Lakner, Dóra Maurer sono alcuni degli artisti ungheresi che, come dice molto eloquentemente il titolo della mostra, sono riusciti a eludere i controlli polizieschi per realizzare le loro opere di protesta: se volete, proprio il fascino del proibito espresso in inapparenti denunce di uno stato d’oppressione. Strano è poi constatare che lo stesso fenomeno è avvenuto anche qui in Italia e nell’ Occidente, come se la libertà venisse negata alla stessa maniera. Insomma apparirebbe chiaro, se si volessero fare confronti, che solo da una parte della cortina di ferro non c’era la libertà e che molti artisti si sono offerti non per fare arte ma strumentale propaganda politica. Effettivamente mentre da una parte si faceva più che altro un teatro che denunciava un male di cui nessuno ha pagato le conseguenze, dall’altra parte c’erano realmente la censura, i gulag, le uccisioni ecc., ovvero quelle pericolose persecuzioni che hanno causato migliaia di vittime effettive. Migliaia furono i morti e i feriti e le incarcerazioni nei 17 giorni della rivolta antisovietica del 1956. Così, come nel caso del movimento d’avanguardia in Ungheria, la dissidenza clandestina era l’unica cosa possibile oltre ovviamente la fuga in Occidente. Non sono atti espliciti, come viceversa si sono visti qui da noi quando i nostri artisti facevano azioni militanti e di partito con tanto di tessera ostentata e mettevano alla berlina gli USA per la guerra del Vietnam, ma azioni artistiche solo apparentemente innocue, il cui significato politico era da decifrare, da capire, ed effettivamente veniva capita da chi tra il pubblico era più attento e forse un potenziale dissidente. Un’arte che ha al suo interno un lato nascosto. Artisti che, per sopravvivere in uno stato ostile, con astuzia hanno realizzato opere che potevano eludere i controlli e non cadere sotto la repressione poliziesca. Artisti ungheresi che volevano ma non potevano essere al passo con l’avanguardia che viveva oltre la cortina di ferro, ma che allo stesso tempo ci provavano come si vede, ad esempio, nella foto giustamente esposta di un barattolo di sugo ungherese che poteva essere quello della Campbell’s soup cans del 1962 di Andy Warhol. Frustrazione di uno sviluppo culturale impedito dalle autorità che si traduceva in arte il cui significato alludeva a un mondo vietato. In sintesi, direi, una mostra scandalosa. Così Bálint Szombathy a Budapest dopo una manifestazione istituzionale del primo maggio, approfittandosi del fatto che finita la manifestazione tutti sogliono pranzare con birra e salsicce, prende un cartello di Lenin abbandonato dai manifestanti e se lo porta a spasso per le strade della città. Niente di speciale, mi direte, ma così facendo mostra se stesso ritratto nel degrado urbano di una città schiacciata dal potere sovietico, confermato dal titolo della foto, “Lenin a Budapest, 1972”. (Scusate la digressione, ma le condizioni attuali che i romani vivono a causa di una mala gestione del comune di Roma sono ben più vistose di quelle di Budapest del ’72). Sándor Pinczehelyi più simbolicamente gioca con falce e martello, componendo con questi attrezzi di ferro dei curiosi se non ridicoli autoritratti come se fosse un pagliaccio in “Sickle and Hammer” del 1973, dove ovviamente non prende in giro se stesso ma il regime che usa tale simbolo. Così pure Gabor Attalai in “Negative star” del 1970-71 prende a soggetto la stella simbolo del partito per comporre giochi formali che esulano da quello che effettivamente e drammaticamente rappresenta. Altri artisti e artiste fanno uso provocatorio della nudità corporea, altri di scritte sui muri o sulla neve, vengono usate persino azioni casalinghe nel giardino dietro casa, insomma tutto quello che l’ingegno riesce a produrre nella disperazione di una condizione impossibile da sostenere. Volendo fare paragoni, pensiamo alla campagna fatta in Occidente dall’arte militante che, per distogliere l’attenzione di quello che veniva fatto a Oriente, denunciavano oltre misura il male del capitalismo atteggiandosi a martiri. La prova sta nel fatto che noi conosciamo oggi l’arte di oltre cortina a trenta anni dalla fine del muro di Berlino avvenuta nel 1989 e dall’inutile apertura del dossier Mitrokhin che finì insabbiato sotto la commissione di Paolo Guzzanti. Quello che è avvienuto oltre cortina era ben altro che il vittimismo degli artisti nostrani che godono di cattedre nelle accademie che non frequentano, di valutazioni stratosferiche delle loro opere in importanti musei o in prestigiose gallerie, che prendono consistenti cachet ogni qual volta appaiono in conferenze o in serate mondane. Basti pensare che Gianfranco Baruchello, grande artista che vanta di essere stato un perseguitato, si ritrova una fondazione nel quartiere romano di Monteverde e una tenuta Agricola Cornelia S.p.A. alle porte di Roma nord di oltre mille metri quadri (non è facile rintracciare l’effettiva estensione). Detto questo, l’arte d’avanguardia italiana resta comunque ai vertici mondiali. Come a voler proseguire su un altro piano il percorso della recente storia tracciato ultimamente dalle mostre Party Politics di Francesco Vezzoli alla Galleria Giuliani ed Arte e regimi 1960-1990 alla galleria Mascherino, queste Tecniche d’evasione al Palazzo delle Esposizioni vanno a completare il quadro di come possa la politica influenzare l’arte. E’ indubbio il fatto che essere in uno stato democratico pluralista è cosa molto differente dal vivere in quegli stati totalitari dove la democrazia è negata totalmente. Ci tengo molto a dirlo perché oggi viviamo un’atmosfera di auto colpevolezza surreale alla “Greta”, dove pare che stiamo nel peggior posto del mondo. Anche se mi riconosco nelle critiche ai sistemi democratici, nei valori ambientalisti e ho le stesse premure per la salvaguardia del pianeta, mi preme ricordare che le democrazie al mondo sono molto poche e deboli, precarie e decadenti, tutte concentrate nell’emisfero occidentale, mentre il resto, cioè quasi tutto il pianeta, è sotto regimi autoritari corrotti, sanguinari e bellicosi, molti addirittura tribali, che sono causa del divario economico e dell’enorme sofferenza sociale della maggioranza degli abitanti del mondo. L’Ungheria, che è stata tra i centri della cultura mitteleuropea, ha fortunatamente potuto affrancarsi e reagire al peso di una coercizione dispotica quale è stata l’appartenenza al blocco sovietico, ma che dire di tutto il resto del mondo?

Giovanni Lauricella

1983, Udo Lindenberg suona a Berlino Est 25 Ott Un evento storico. Il 25 ottobre 1983, esattamente 30 anni fa, il cantautore e rockstar della Germania Ovest Udo Lindenberg suonava al “Palast der Republik”, centro polifunzionale di Berlino Est e sede della Volkskammer, il parlamento monocamerale della Repubblica Democratica tedesca. Era dal 1975 che la star progettava di suonare oltrecortina. In quell’anno aveva scritto Rock Arena in Jena, in cui nei primi versi racconta il suo desiderio (mi piacerebbe cantare da voi/ miei cari amici della DDR) e negli anni successivi non si era mai nascosto. Ma la sua musica, molto seguita dai giovani di entrambe le Germanie era considerata pericolosa dai vertici della Germania Est. Temi troppo poco socialisti e inadatti a formare una classe che costruisse il futuro della “Repubblica degli operai dei contadini”. E come se non bastasse nel 1983 Udo, a 37 anni pubblicò Sonderzug nach Pankow (Treno speciale per Pankow). cover di Chattanooga Choo Choo di Glenn Miller di in cui si rivolgeva in toni irriverenti e beffardi a Erich Honecker, nientepocodimenochè “il compagno presidente” della DDR. Potenzialmente una pietra tombale sulle speranze di suonare al di là del confine. Ma gli anni Ottanta, con i movimenti per la pace dalle due parti del muro, Lindenberg, attivista contro la militarizzazione delle due Germania, diventò un ospite “utile” per la nomenklatura della dittatura. A contattarlo nell’estate 1983 fu Egon Krenz, presidente della Frei Deutsches Jugend, la potentissima giovanile della Sed il partito unico. I due si incontrarono e dopo una lunga discussione trovare un accordo. Lindenberg avrebbe partecipato a un “concerto per la pace” organizzato dalla FDJ a Berlino Est e le autorità avrebbero concesso al cantautore dell’Ovest di fare il suo agognatissimo tour nella Ddr. L’appuntamento fu fissato per la fine di ottobre e Lindenberg suonò davanti al pubblico scelto di futuri dirigenti del Partito. Fu un successo (anche se i “veri” fan del cantante erano fuori dal Palast der Republik) ma quello fu il suo primo e unico concerto nella DDR, perchè il promesso tour fu cancellato.

Una grande piaga è ormai solo un ricordo di un lontano passato.

La terra dei crucchi

Un evento storico. Il 25 ottobre 1983, esattamente 30 anni fa, il cantautore e rockstar della Germania Ovest Udo Lindenberg suonava al “Palast der Republik”, centro polifunzionale di Berlino Est e sede della Volkskammer, il parlamento monocamerale della Repubblica Democratica tedesca. Era dal 1975 che la star progettava di suonare oltrecortina. In quell’anno aveva scritto Rock Arena in Jena, in cui nei primi versi racconta il suo desiderio (mi piacerebbe cantare da voi/ miei cari amici della DDR) e negli anni successivi non si era mai nascosto. Ma la sua musica, molto seguita dai giovani di entrambe le Germanie era considerata pericolosa dai vertici della Germania Est. Temi troppo poco socialisti e inadatti a formare una classe che costruisse il futuro della “Repubblica degli operai dei contadini”. E come se non bastasse nel 1983 Udo, a 37 anni pubblicò Sonderzug nach Pankow (Treno speciale per Pankow). cover di

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La versione di Boris Pasternak. Riflessioni sulla Rivoluzione Russa Per quale motivo, oltre che per il piacere di una buona lettura, dovremmo oggi riprendere in mano il “Dottor Zivago”? Riconosciamo intanto che le celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale e quelle della Rivoluzione d’Ottobre, che ne fu la più tragica conseguenza, si sono svolte all’insegna del prevedibile politically correct storiografico. Bene, una simile interpretazione “autentica”, al netto dell’emozione letteraria, non si discosta molto da quella che chiamerò la versione di Boris Pasternak.

Ci è stato dato a credere che le immani sofferenze imposte al popolo russo dal regime narxista-leninista, con la lacerazione di ogni tradizione avita e il sovvertimento dei precedenti rapporti sociali, erano un male necessario, quasi un tributo sacrale dovuto all’edificazione di un nuovo ordine, di una società più giusta, di un mondo migliore e più felice. Questa conclusione, crudele e ingiusta per le vittime, appare falsa a una seria e fondata indagine storica – che ormai sarebbe possibile fare ma che si tende a non fare, per via di certe remore ideologiche dure a morire-e colina con la conclusione implicita nell’ epilogo del Dottor Zivago. Ambiguo per eccesso di prudenza ci appare oggi il pur grande Pasternak rispetto ad altri scrittori russi, quali Solženitsyn e Šalamov, che più di lui rischiarono per rivelare al mondo libero, spesso intenzionalmente sordo, la mistificazione su cui era costruita l’utopia del socialismo reale, Eppure non dovrebbe essere difficile calcolare, in base alla crescita economica dell’impero russo nell’800, lo sviluppo presumibile della nazione nel caso che non ci fosse stata la Rivoluzione, e prima ancora la Grande Guerra, e confermare così l’ipotesi che il liberalismo economico e il riformismo sociale avrebbero garantito alla Russia quanto meno il livello attuale di benessere senza le terribili lacerazioni di cui sopra, senza i milioni di vittime e soprattutto senza importare o imporre il modello sovietico di economia ad altri paesi. Sarebbe anche ora di riconoscere alla dinastia dei Romanov, che resse l’impero per circa 300 anni, e soprattutto ai ministri di Nicola II (Witte, Stolypin ecc.) i loro sforzi riformatori, volti a trasformare un paese semi-asiatico e ancora medioevale in una potenza capitalista e industriale che culturalmente guardava all’Europa. Sforzi insufficienti, riforme incompiute, transizione bloccata, eppure… per noi un grande lascito di letteratura , musica ed arti figurative. Torniamo ora al “Dottor Zivago”: questo romanzo storico, che idealmente si rifà a “Guerra e Pace”, fu scritto dopo la seconda guerra mondiale, e quindi in piena guerra fredda; fu pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1967.

Valse a Pasternak il Nobel 1958 per la letteratura, ma egli dovette rifiutare il premio per evitare che venisse strumentalizzato in chiave anticomunista. Nel 1965 ne venne tratto un film, per la regia di David Lean, reso celebre da una trascinante colonna sonora, da interpreti affascinanti (Omar Sharif, Julie Christie, Alec Guinness, Geraldine Chaplin) e da tutto lo sfarzo profuso dalla MGM. Sorge spontaneo il parallelo con il nostro “Gattopardo, l’ unico grande romanzo storico italiano del ‘900, scritto tra la fine del 1954 e il 1957 da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Rifiutato da Mondadori e da Einaudi (per cui lo lesse e a cui lo sconsigliò Elio Vittorini) il testo fu pubblicato dopo la morte dell’autore, nel 1958, ancora da Feltrinelli, con la prefazione di Giorgio Bassani e grazie ai buoni uffici di Elena Croce. (La grande dame della letteratura italiana era la cognata di uno scrittore polacco esule che aveva conosciuto il gulag, Gustavo Herling). Nel 1963 Luchino Visconti ne trasse un film rimasto mitico, con una schiera di interpreti di prim’ordine (Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale), una messa in scena principesca e per la cui colonna sonora fu riscoperta una contraddanza di Giuseppe Verdi. In entrambi i casi il successo della trasposizione cinematografica produsse il best seller e in un certo senso anche il long seller, perché queste due pellicole non hanno mai smesso di circolare. Semplificando un poco si potrebbe dire che per il “Dottor Zivago” da un libro di sinistra fu tratto un film di destra, mentre per il “Gattopardo” avvenne l’esatto contrario, perché la lettura di Luchino Visconti, che di suo era principe come Tomasi, ma di osservanza comunista, risente di quel marxismo di maniera che la cinematografia italiana aveva adottato dal neorealismo in poi e che faceva cassetta non meno del talento dei cineasti. Così da noi gli intellettuali marxisti occupavano lo spazio culturale. Premiare Pasternak significava accontentare destra e sinistra, e far passare il messaggio che esisteva una terza via, un socialismo dal volto umano con cui si poteva trattare. Il resto è storia recente. A rileggerlo oggi, il “Dottor Zivago” resta un libro assai bello, ma disorganico (vi manca l’equilibrio del capolavoro tostoiano tra le vicende personali e il contesto storico): è una serie di intensi quadri lirici, che ritraggono drammatiche “scene da una Rivoluzione”, dove abbonda la pietas (Pasternk attraverso Zivago manifesta compassione per i soldati dell’Armata Bianca destinati a sicura morte) ma difetta l’acume critico. I personaggi si esprimono in modo poetico e poco parlato, e non fanno che incontrarsi e dirsi addio, come se la grande Russia fosse una provincia italiana alquanto affollata. Il protagonista, in cui l’autore in parte si rispecchia, è un uomo sensibile ma debole, che nella tragedia mantiene vivi i propri valori ma che perde di vista la famiglia e non riesce a proteggere la donna amata, l’adorata Lara che finirà i suoi giorni in un gulag. Il ruolo del cattivo è assegnato al suo seduttore, un politico di lungo corso del governo zarista. Il lettore smaliziato non può evitare una certa insoddisfazione, laddove il finale vorrebbe presentarci una società riconciliata, in cui le poesie di Zivago vengono pubblicate e si scopre che una figlia, sua e di Lara, è sopravvissuta e fa…l’operaia e ne sembra felice. L’ambiente di riferimento è la borghesia del primo ‘900: medici, scienziati, industriali, con operai e studenti di contorno, quasi tutti con spiccate propensioni rivoluzionarie.

Come non pensare al giovane Feltrinelli quando leggiamo di un industriale che nelle sue proprietà si esercitava a sparare? Se ne deduce che la monarchia dapprima e poi il governo legittimo (contro cui Lenin fece il colpo di stato) non avevano il sostegno di questi ceti sociali così importanti, che già dal 1905 (anno della prova generale della grande Rivoluzione) avevano cominciato a defezionare. Colpa solo della monarchia decadente o della propaganda bolscevica? Certo è, invece, che nessuna rivoluzione, per quanto intellettualmente fervida, può fare di più e di meglio per il bene comune di quello che può fare un buon sistema parlamentare riformatore, liberale o socialdemocratico o cristiano-sociale che sia. Fallito come dottrina economica, inoltre, il comunismo conserva tutta l’egemonia piano culturale e la maldestra simpatia dei ceti illuminati, quelli che più sono destinati a soffrire in seguito. Tutto ciò si può dimostrare in molti modi, con saggi, documentari, statistiche e grafici, ma la migliore confutazione del comunismo resta pur sempre la letteratura russa.

Marisha Paulay

Sono i regimi a influenzare l’arte o viceversa? Certo è che molta arte, specie nostrana, ha strizzato l’occhio a oriente soprattutto al tempo della guerra fredda.

Alla Galleria Mascherino una mostra politicamente schierata ne vuole evidenziare alcuni aspetti rilevati dagli artisti esposti in opere che paiono ferme nel tempo come un incanto di una favola.

Per chi volesse qualche approfondimento può leggere l’articolo in Agenzia Radicale.

Da lungo tempo sto cercando le parole per esprimere l’emozione psichica e intellettuale che mi afferra quando prendo in mano un libro di un autore russo, o più semplicemente incontrandone una citazione in un testo qualsiasi:lo dico da semplice lettrice, che non è mai stata in Russia e non conosce che poche parole della lingua russa. Quale presagio doloroso mi spinge su quelle lande desolate? Quale sogno, o bisogno, si acquieta in tanto dolore? Se tento di ritrovare la prima immagine mentale della Russia letteraria, rivedo la copertina di una edizione dei “Fratelli Karamazov” degli anni Sessanta, che per anni provai a leggere senza però superare il primo capitolo. Facevo le elementari, allora, e avrei letto per intero quel libro famoso solo nella maturita’. Sulla copertina era rappresentato un omino di spalle che si trascinava nella neve, tra alberi nudi: null’altro.

Quella per me nei primi anni fu l’ immagine della Russia. Più tardi, nell’adolescenza, ebbi in dono “Guerra e pace”, e durante una bronchite, o forse era un morbillo, lo lessi, o meglio vi abitai. Per lungo tempo la mia idea del massimo dolore fu la morte del Principe Andrea. All’università incontrai Cechov e mi dissi : ” Questa è la verità Sulla vita, dunque la felicità non esiste.” A Trieste, dopo la caduta del Muro, rilessi Solgenytsin e vari autori meno noti del gulag. Capii allora che in queste opere risiedeva una grande sapienza etica, che andava al di là della sua abituale chiave interpretativa, che era l’anticomunismo, e che poteva applicarsi anche alle mie personali vicende, Quante volte, al termine di una giornata buia, mi sono appagata con gli ultimi capoversi di “Una giornata di Ivan Denisovič”, che fanno venire i brividi per loro stoica semplicità. Citare Quella russa è, cone ogni lettore sa, una letteratura di classici, uscita già perfetta, come Minerva dalla fronte di Zeus, dalla mente di Puškin, che la generò dotandola di tutti i suoi temi:la neve, le città che spendono nella lunga notte invernale, le fanciulle innocenti, i duelli. E ancora la noia, l’amore non corrisposto, ma soprattutto, la libertà. Il sogno, il fantasma, l’eterno inafferrabile simulacro della libertà a cui tante vittime si sono immolate. E, dopo Puškin, quale schiera di grandi, più o meno noti da noi, ma tutti dotati di formidabile introspezione, di una saggezza mistica, di una conoscenza non solo esperienziale, ma subliminale e visionaria, dei milioni di destini di scritti su quella terra infinita. Infinita, sì, e non solo sulle mappe, ma infinita come ogni cosa pensata, come ogni cosa dicibile, come ogni cosa di letterati, che nulla sanno e nulla possono di fronte alla storia politica, ma poi la spiegano agli storici e ai politici, che tutto possono e nulla sanno.

Un impero di storie solcato da fiumi di romanzi, da Turgenev a Tolstoj, da Dostoevskij a Cechov, da Bulgakov a Solženitsyn , con la sua dolorosa squadra di martiri del gulag, tra cui grandeggia, non abbastanza noto, Šalamov. I suoi lancinanti “Racconti della Kolyma” sono stati pubblicati in Italia da Adelphi senza prefazione, ma con una postfazione non firmata dove l’autore riesce a non nominare mai il comunismo e una quarta di copertina che recita: “Uno scrittore altissimo, che ebbe in sorte di vivere e di raccontare uno degli orrori più intensi e più vasti che l’umanità abbia escogitato”, lasciando il candido, o forse solo giovane, lettore a chiedersi di che colore fosse il filo spinato che per diciassette anni avvolse la sua vita. C’è da dire poi che tanti intellettuali, se sfuggivano al gulag, era per sprofondare nel buio della follia indotta dai farmaci nei manicomi speciali, o per scomparire con un sovente misterioso suicidio: Majakovskji, Esenin, Čvetaeva si suicidarono, Mandel’stam morì in un gulag, Achmatova fu colpita nei suoi affetti più cari, due mariti e un figlio. A parte, sta il martire Florenskij, scienziato, filosofo e mistico, fucilato dopo anni di gulag alle isole Solovki.

Se dagli individui passiamo ai personaggi della letteratura russa, e il passo è breve, se ne affollano tanti nella memoria di chi ripercorre le proprie letture, come le anime che accorrono intorno a Ulisse per bere il sangue della libagioni e dire la propria verità, E con loro gli autori, che fanno corpo con le loro creature. Le loro biografie non sono anch’esse veri romanzi russi? Non mi azzarderei a fare una recensione tutti i romanzi, le novelle, le opere poetiche che questi grandi maestri ci hanno lasciato. Ne verrebbe fuori un elenco manchevole, e stucchevole. Troppo poco per chi sa, troppo per chi non sa. Che posso dire, se non : leggete Puškin, Gogo’l, Lermontov, Turgenev, Tolstoj, Čechov, ecc.ecc. senza scegliere, senza troppo pensare alla cronologia, lasciando che vengano a voi e vi prendano. Non sbaglierete. Tutti diversi, certo, ma accomunati dall’anelito verso una libertà mai posseduta ma acutamente intuita, ben diversa e più alta di quella di cui noi, non da ieri, godiamo, e su cui ci arrovelliamo per ampliare il dominio dei diritti, dimenticando in questa sterile lotta l’essenziale. Che cos’è, infine, l’essenziale? Per che cosa si vive? Domande tipiche dei romanzi russi, a cui il saggio di turno risponderebbe: la libertà dello spirito. Come si consegue questa libertà?

Di Puskin basta dire che le sue opere venivano censurate personalmente dallo zar Nicola I. Una servitù dorata, la sua, che si concluse tragicamente , ma che vento di libertà si respira in tante delle sue poesie, nelle strofe incantevoli dell’Onegin, in quella specie di western delle steppe che è “La figlia del capitano”! I personaggi di Dostoevskij sono i primi che vengono in mente se pensiamo alla libertà. Essi la conquistano solo con l’espiazione di una colpa (esemplare “Delitto e castigo”) che è il nodo centrale della vicenda, ma anche i personaggi di Tostoj o di Čechov, che hanno delle vite più a misura d’uomo medio europeo, devono sovente superare una prova dolorosa, che determina una svolta esistenziale. In “Guerra e pace” Pierre si scopre libero quando viene preso prigioniero ed è costretto a seguire l’esercito francese nella disastrosa ritirata, marciando nella neve. Il principe Andrej, invece, si libera da ogni scoria di rancore e di frustrazione affettiva nell’accettazione della morte, e insieme al senso del vero amore ritrova la fede. I personaggi di Cechov, al confronto, ci appaiono antieroici, ma come non amare la loro ostinata ricerca di un futuro migliore? Pensismo alle “Tre sorelle”, alla coppia di amabili e imperfetti amanti protagonisti de “Il duello”. A mio parere, contrariamente all’interpretazione marxista, il futuro che sempre si sogna e si intravede in fondo a tutte queste storie non era quello promesso dal bolscevismo, bensì un riflesso delle speranze generalmente suscitate nella società russa al tempo di Nicola II. Sarebbe interessante, e da farsi in un discorso a parte, studiare il vero rapporto tra i letterati e la politica sotto Nicola I, Alessandro II, Alessandro III e Nicola II. Direi solo che in genere i personaggi progressisti sono tratteggiati con ironia e in particolare le donne intellettuali e protofemministe sono solitamente delle perdenti. Anche i liberali filo-europei alla Turgenev sembrano scettici sul progresso e preoccupati della perdita della primitiva innocenza a del popolo. No, quella speranza, pallida e fallace, in futuro migliore, non mira certo alla Rivoluzione, ma in un ragionevole miglioramento generale, che in effetti mancò, non solo per l’ottusità degli imperatori ma per la la subdola opposizione dei rivoluzionari, determinò la tragedia lunga settanta anni del comunismo sovietico . Come è stato possibile, mi sono chiesta più volte, che pagine immortali della simbolica catena dei narratori russi, che comincia, ricordiamolo , con un dignitario di corte che discendeva da uno schiavo africano di Pietro il Grande, e finisce con una serie di intellettuali detenuti nei gulag, siano state scritte da mani rese insensibili dal duro lavoro, piegate dal gelo per noi inimmaginabile, che regna al di là del Circolo Polare Artico? Mani di uomini che erano stati scienziati, tecnici, medici, giornalisti, spariti in una notte, i cui nomi erano stati cancellati dagli elenchi telefonici , le cui famiglie avevano dovuto cambiare il cognome, e mai più li avrebbero rivisti, nemmeno se sopravvissuti. Altri, scampati all’arresto, scrissero col cuore in gola, tendendo l’orecchio ai passi per le scale, allo squillo del campanello, su fogli destinati ad essere nascosti, diffusi alla macchia, financo bruciati, testi che amici e parenti impararono a memoria e con sacrificio e audacia fecero filtrare in Occidente? Dove i volenterosi amici dei carnefici e dei secondini del regime sovietico, gli intellettuali e i cattedratici in quota ai partiti comunisti , spesso hanno guardato con sufficence i dissidenti russi trattandoli come buffoni e traditori della causa, che si permettevano, orrore, di criticare l’URSS, e per giunta nel farlo di scrivere così bene, in modo cosi fluviale e trafizionale, in un parola ignorando tutte le avanguardie e le sperimentazioni. Perché tutti questi autori hanno avuto il dono di curare con la scrittura le piaghe di esistenze estreme. Nelle loro opere noi, lettori occidentali, cittadini di un mondo libero viziato dal benessere e congortati da climi più dolci, noi, avvezzi alle proporzioni da presepe napoletano dei nistri paesi, lì noi troviamo luce e conforto. La letteratura russa diventa una seconda patria per chi ha esaurito tutti i rimedi offerti dal nostro perenne classicismo. Se i prosatori ci trascinano nel fiume della loro narrazione, i poeti russi sono una galassia stellare di spiriti liberi. I loro versi conservano preziosamente distillata l’essenza dell’anima slava che ho cercato di descrivervi. Le loro biografie sono i romanzi che mancano alla letteratura a noi nota. Come per i narratori, consiglio di leggerli senza troppo studio preliminare, sono tutti eccellenti, ma badando peraltro, alle date di nascita e di morte. Blok, Majakovskij, Esenin, Achmatova, Čvetaeva, Pasternak, per dire solo dei maggiori, sono tutti nati a cavallo tra Otto e Novecento, vale a dire che appartengono all’età argentea della letteratura russa, che hanno vissuto le sperimentazioni del primo Novecento e i fallaci entusiasmi della Rivoluzione d’ Ottobre, per poi risvegliarsi nell’amara disillusione del plumbeo regime sovietico . Esso non va addebitato, come vorrebbe la scuola critica marxista ortodossa , al solo Stalin, ma che fu invero instaurato da Lenin e ben perfezionato da Stalin. Giova anche tenere presenti i legami affettivi tra di loro, dila cui gioco dei rimandi e di dediche . Ecco un filo d’Arianna, Achmatovava avrebbe preferito Euridice, che ci condurrà dall’una all’altro. Come gli uccelli nel crepuscolo dell’alba si chiamano e si rispondono accompagnando il sorgere del sole, così i poeti dell’età ferrea stalinista hanno tenuto in vita l’anima russa e il suo anelito di libertà. Volutamente tralascio di trattare autori contemporanei.perché da noi sono ancora troppo poco noti e comunque troppo coinvolti col dibattito politico – in sostanza pro o contro Putin – per essere oggetto di una disamina critica per cui non non sono attrezzata, avendo deciso di parlarvi, da semplice lettrice, solo di ciò che conosco e che tocca il mio cuore. Mi limiterò a osservare che essi dovranno metabolizzare i grandi che li hanno preceduti, che in Russia in molti casi sono stati pubblicati e letti dopo che da noi. Ad esempio, il Dottor Živago fu stampato in Italia nel 1957 ma in Russia solo nel 1988 ; di Solženytsin solo La giornata di Ivan Denisovic fu pubblicata in Russia (nel 1962 col consenso di Kruscev) e null’altro di lui vide la luce in patria fino al 1990; il Requiem di Anna Achmatova, dedicato alla prigionia del figlio e alle vittime delle purghe staliniane, fu salvato dalle sue amiche, che lo impararono a memoria, m pubblicato ufficialmente in patria, insieme al Poema senza eroe, solo nel 1987. Permettetemi ora di tornare alla domanda iniziale: perché abbiamo bisogno di quel misto di dolore, pietà e destino che osero’ chiamare il carisma russo? Un mondo lontano da noi -milioni di verste di geniale follia poetica – dopo essere stato per due secoli come in ascolto di quello che in Europa si sperimentava , ha preso idee europee come illuminismo, il riformismo, il marxismo, e le ha calate nel nontempo asiatico dell’utopia. Questa Utopia venne pagata con sangue e terrore, partori una superpotenza agli antipodi della razionalità liberale, e dovette essere riscattata da una linea di individui davvero nobili da uno stoicismo che non è classico né umanistico, ma cristiano, e cristiano ortodosso . In un abisso fatto di vento, Dio, anima, dove il gelo ferma il respiro e le parole si scolpiscono non nel marmo ma nel ghiaccio, il singolo umiliato, schiavizzato, deprivato , dove trova il suo riscatto? Non certo nei diritti civili, nella tolleranza tanto predicata e tanto poco praticata, nel “Neminem laedere” o nel motto di Voltaire ( “Non condivido quello che dite, ma sono pronto a morire perché abbiate il diritto di dirlo”): tutte cose ottime ma inutili quando la temperatura scende sotto i 40 gradi, No, proprio allora, quando il freddo sembra ghiacciare anche i sentimenti e tutte le porte sono chiuse, il nobile individuo privato di tutto si libera nell’estrema ascesi. Dà la vita, ma non cede l’anima. E vince. Ritengo quindi buono e giusto chiudere il mio invito alla lettura con un omaggio ad Alexandr Isaevic Solženitsyn, grande e severo come un arcangelo ortodosso, che ebbe tutte le sfortune compresa quella di morire in agosto, nell’ormai lontano 2008. Più fredde della neve siberiana, lo ricoprirono, da noi, la lode ipocrita ed il rapido oblio. È stato un grande narratore, un grande antagonista del suo tempo, il corrucciato profeta del nostro ormai prossimo declino. Per tutto ciò fu sempre esiliato, in patria e all’estero.Ho sentito dire che ora Solgenytsin si studia a scuola. In Russia. Lo spero. Per l’Italia, non ci conto. Alla Russia tocca ora il compito di portare al compimento la transizione dall’autocrazia alla democrazia che agli zar non riuscì (e che forse era nelle intenzioni di Kerensky, il capo del governo provvisorio ma legittimo, cui Lenin scippo’ il potere). Possa la libertà fiorire in Russia non per l’ukaze di un despota ma grazie allo studio rispettoso dei maestri. MARISHA PAULAY

Premetto che non sono un TV dipendente, nel senso che non seguo programmi televisivi e nemmeno ho legami con produzioni televisive, di conseguenza il mio giudizio è di uno che saltuariamente capita davanti il televisore. Casualmente ho visto una replica di una puntata di Maurizio Costanzo Show del 25 aprile scorso dedicata agli “Opinionisti”, 5° puntata. A programma iniziato ho già avuto lo sconcerto di constatare che come opinionisti erano state scelti noti personaggi che fanno salotto nei vari talk televisivi: Roberto D’Agostino, giornalista e direttore di Dagospia; Vittorio Feltri, giornalista e direttore del quotidiano ‘Libero’; Platinette, giornalista e conduttore; Giampiero Mughini, giornalista e scrittore; Alessandro Cecchi Paone, giornalista e divulgatore scientifico. Ed ancora: Vladimir Luxuria, attivista LGBT ed ex parlamentare; Alba Parietti ed Alda D’Eusanio, conduttrici televisive ed ultime opinioniste (con polemica) dell’Isola dei Famosi; Iva Zanicchi e Cristiano Malgioglio, cantanti ed entrambi opionisti al ‘Grande Fratello’. Presenti, infine, la showgirl Maria Monsé e l’imitatrice Gabriella Germani. Persone di tutto riguardo ma dargli degli opinionisti e come dire pilota di formula uno a uno che guida una macchina sportiva. Vittorio Feltri, Roberto D’Agostino, Gianpiero Mughini Alessandro Cecchi Paone, nelle migliori occasioni si avvicinano a questo ruolo ma gli altri proprio no anche se apprezzo la loro intelligenza. Enzo Biagi, Indro Montanelli, Emilio Rossi per dirne alcuni, lo erano certamente non a caso minacciati e puniti negli anni di piombo ma questi di adesso sono più specialisti in boutade che altro. Abili chiacchieroni, spregiudicati nei giudizi e molto bravi a districarsi nei litigi. Sanno sgomitare per raggiungere i vertici di potere e sanno stare sulla cresta dell’onda dal quale non osano scendere perché sanno che una volta fatto si scompare dalla televisione definitivamente. Altra caratteristica è che sono tutti con il “taglio in faccia”, furbi che non sono cascati nella trappola di azzuffarsi l’uno con l’altro come voleva sornionamente Maurizio Costanzo. Infatti la serata ha preso una piega talmente noiosa che faceva venire il sonno. Teatranti perché per essere opinionisti dovrebbero essere di pensiero, proprio quello che il mondo intero non riesce più a esprimere e i questo Maurizio&friends sono ampiamente scagionati dalle mie accuse. Sicuramente molti avranno da ridire sul giudizio da me formulato però bisogna riconoscere che questi opinionisti sono come i sondaggisti che a ogni elezione ti fanno trovare con un orientamento politico del tutto diverso dalle previsioni formulate. Opinioni di personaggi che soffrono il galleggiamento e che non possono guardare oltre le frequentazioni che gli permettono di stare nella televisione.